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orizzontedemocratico


Diario


30 luglio 2007

Revisionismo o scherzo?

 

Povera Verona travolta dalla cultura nazista...
Gaetano Arfè

Molti anni fa ho celebrato a Verona, se la memoria non mi inganna, il 25 aprile. C'erano intorno a me le autorità cittadine, alle mie spalle il gonfalone del Comune, decorato di medaglia d'oro della Resistenza, dinanzi a me un folto pubblico intensamente partecipe.
Oggi a Verona, leggo su qualche giornale, il sindaco, di razza leghista, ha immesso quali rappresentanti del Comune nell'Istituto storico della Resistenza una eletta nelle liste degli eredi del fu Movimento sociale italiano e un suo collega esponente della Fiamma Tricolore erede di Almirante, già membro della band "Gesta bellica" che vanta nella propria produzione una canzone che comincia "tu ebreo maledetto" e un'altra dedicata al capitano Priebke che ha conquistato alle Ardeatine i propri titoli di gloria. Per fortuna la reazione delle sinistre e la tenuta almeno della facciata del ripudio del fascismo ancora scritto nella nostra Costituzione hanno convinto il Comune a spingere per una ritirata strategica del neofascista. Si è dimesso e non siederà all'Istituto veronese, gli basta il Consiglio comunale e averci provato.
Gli istituti di storia della Resistenza furono fondati da Ferruccio Parri, sul modello di quelle che erano state nel tardo Ottocento, le Società di storia patria, create da studiosi, parecchi dei quali reduci dalle patrie battaglie, i quali costituirono biblioteche, raccolsero prezioso materiale documentario e iconografico, promossero la pubblicazione di memorie e di saggi, senza distinzioni di parte, alimentarono una cultura storica che ebbe parte di vitale importanza nel creare una coscienza nazionale in un paese di fresco unificato. Benedetto Croce coniò per questa storia una formula efficace, quella della "epopea sabaudo-garibaldina che fondeva la "conquista regia" e l'iniziativa popolare, mazziniana e garibaldina. Grandi storici come egli stesso e Gaetano Salvemini pur se su fronti avversi dettero il loro contributo. L'Italia ebbe nel Risorgimento la fonte della propria coscienza nazionale.
Gli istituti della Resistenza hanno avuto, pur tra maggiori difficoltà con più largo respiro, una funzione analoga. Non c'è stata città, da Milano a Roma, da Cuneo a Palermo, che non abbia avuto il suo istituto, organizzato su basi rigorosamente unitarie, che non abbia collaborato con le istituzioni locali per dare un'anima e un corpo alla nazione rinata, come è storicamente vero, dalla Resistenza e che prese la forma della Repubblica, gli istituti ressero anche all'offensiva revistionisica patita da sinistra nel segno della "resistenza tradita", accogliendone e storicizzandone alcun motivi critici e relegando il resto nella paccottiglia ideologica largamente presente nella contestazione sessantottina.
Da parecchi anni a questa parte, in coincidenza anche col declino o addirittura la scomparsa della generazione resistenziale che aveva avuto parte di primo piano per tutta una fase della loro vita e smorzatasi la carica passionale che pure aveva avuto una propria ragion d'essere, gli istituti sono diventati sedi di seria e rigorosa ricerca, tengono in vita riviste generalmente di buon livello e collane editoriali di grande interesse.
L'iniziativa del sindaco di Verona va a sovvertire questa realtà.
Va detto che purtroppo nella città si assiste da lungo tempo a un processo involutivo preoccupante che ha una sua consequenzialità. Ufficialmente vi si celebrano le "pasque veronesi", un truce, sanguinario episodio di sanfedismo di oltre due secoli fa - come se a Napoli si celebrassero i fasti del cardinale Ruffo - xenofobia e razzismo la fanno da padroni, il posto del tricolore è nel cesso, la linea di discrimine nella maggioranza tra conservatorismo, anche se dichiaratamente reazionario è sempre più tenue e il filofascismo e il filonazismo vi hanno fatto grosse brecce. La scelta del personaggio inserito qual rappresentante del comune nell'Istituto della Resistenza è una deliberata provocazione che mira a introdurvi una carica eversiva, ad aprirlo al revisionismo più ottuso e più fazioso, a rivalutare gli uomini di Salò che presero le armi contro il governo legittimo del loro paese, che furono complici dei nazisti nella caccia all'ebreo, che furono autori di spaventosi massacri. Nella battaglia contro questa ignobile manovra tocca ai veronesi schierarsi in prima fila, ma il caso va al di là dei confini cittadini, investe la democrazia italiana, anche quei militanti della Casa della Libertà che tengono ferma la loro condanna del nazifascismo, che non sono disposti ad accettare - rompa il silenzio l'onorevole Casini - che gli ammiratori delle SS trovino posto nella sede dove si pratica la storiografia come impegno civile, dove si studia con rigore scientifico la storia della patria repubblicana e dell'Europa. La domanda finale è: può un potere locale governare frontalmente contro lo spirito e la lettera dalla legge della Repubblica.
Da Liberazione 28.07.2007




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11 luglio 2007

Nuovi orizzonti

Chi vi scrive è la parte veronese di OrizzonteDemocratico, vogliamo raccontarvi una serata in quel di Verona. Davanti ad un piatto di pasta ed un bicchiere di vino abbiamo parlato di quelli che potrebbero essere i progetti futuri della nostra associazione, allargata al veronese ed oltre.
L'abbiamo fatto con Francesco (BS), Riccardo Tedeschi(VR) , Paolo Sanna(MI) , ed ovviamente io ed Elena.
Abbiamo cercato di trovare punti di incontro nelle nostre varie realtà, esigenze che toccano il quotidiano, ed abbiamo concluso pensando ad una serie di incontri, ben programmati, a scadenza fissa.
Siamo fermamente convinti che questo sia un buon inizio per far si che il nostro orizzonte possa aprirsi a molti e dare a questi molti la possibilità di conoscere e capire cosa è la politica e cosa può dare, che tutti possono fare politica perchè è di tutti, avendo voglia di mettersi in gioco partendo dal basso ed ascoltando con umiltà chi può dare e dire qulacosa

Paolo & Elena




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18 giugno 2007

INTERVISTA ESCLUSIVA CON ALBERTO MARTINELLI

 

L’EUROPA UNITA: COSÌ VICINA COSÌ LONTANA
Andrea Crescini intervista Alberto Martinelli per Orizzonte Democratico



Venerdì 25 maggio presso il salone della biblioteca comunale di Vobarno si è svolto un incontro col prof. Alberto Martinelli, docente presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Univeristà Statale di Milano e responsabile della sezione Politica Estera del Centro di Formazione Politica di Milano.

Durante la serata il relatore ha proposto all’uditorio la sua posizione di europeista convinto, affrontando il tema della costituzione europea in funzione dell’auspicata ed auspicabile nascita di una UE che sappia diventare finalmente un soggetto politico forte in campo internazionale, in grado di esprimere posizioni politiche autorevoli e soprattutto condivise da tutti gli stati componenti l’Unione.

Dopo l’esposizione del prof. Martinelli dal pubblico, e soprattutto dalla parte più giovane di esso, sono sorte una serie di domande per il relatore, sintomatiche di una voglia presente soprattutto nelle nuove generazioni di conoscere e, soprattutto, di capire il futuro dell’Europa, che passa certamente in un rafforzamento delle strutture e delle competenze della stessa Unione Europea.

Riportiamo una piccola intervista al prof. Martinelli, in cui abbiamo cercato attraverso il suo aiuto di capire qualcosa in più degli scenari della politica europea.


Prof. Martinelli in modo particolare durante la presidenza Bush, in Europa stati diversi hanno espresso politiche estere diverse, sintomatiche di divergenze di posizione tra “pezzi” importanti del Vecchio Continente con l’alleato americano. Una certa parte dell’opinione pubblica continua ad affermare una concezione piuttosto antiquata del rapporto che l’Europa dovrebbe tenere dei confronti degli USA, ovvero quella di una certa riconoscente subalternità da parte nostra, come segno di perenne riconoscenza per essere stati liberati dalla minaccia nazista prima, e da quella sovietica poi. Dunque, quale deve essere, oggi, un atteggiamento moderno da parte europea nei confronti degli Stati Uniti, che sappia essere consapevole dello storico legame con l’altra parte dell’Atlantico, ma in grado di esprimere posizioni politiche proprie ed autonome?

L'alleanza con gli Stati Uniti è un punto fermo della politica estera europea e tale rimarrà negli anni a venire. Ciò non significa accettare passivamente una politica estera neo-imperiale da parte degli USA, ma sostenere un governo della politica globale che sia multilaterale e valorizzi l'Unione Europea come grande potenza regionale.

Questo implica un politica estera comune della UE (da realizzare attraverso un progressivo coordinamento della politica estera e di difesa dei principali paesi membri) e l'assunzione di maggiori impegni di peace keeping (con connesso aumento della spesa militare) in aree geografiche di diretta rilevanza per l'Europa.

Un’altra sfida della modernità è la riscoperta del rapporto con l’Oriente. Quale tipo di rapporti sta costruendo oggi l’Europa con l’ex Unione Sovietica, e, soprattutto con gli stati che rappresentano, pare, la scommessa per il futuro del mondo, ovvero la Cina e l’India?

L'Unione Europea dovrebbe fare dei rapporti con la Russia un banco di prova della sua capacità di essere nello stesso tempo un alleato leale e un partner autonomo e critico degli USA, 'rassicurando' la Russia sulla volontà di collaborazione pacifica e concordando la gestione delle
questioni più a rischio della agenda politica globale, dall'emergenza ambientale alle velleità nucleari dell'Iran. Circa l'India, l'UE non è molto attiva e i vari paesi membri procedono in ordine sparso, è ora di cambiare.

In questi ultimi anni l’Europa è scossa da due fenomeni preoccupanti, tra loro in parte anche divergenti, ma comunque sintomatici di uno stesso disagio sociale, ovvero la rinascita di movimenti di estrema destra e l’intensificarsi delle attività di certi movimenti autonomisti in diverse parti del continente. Secondo lei quale deve essere la risposta della politica a questi movimenti?

In primo luogo, i movimenti autonomisti vanno distinti dai movimenti dell'estrema destra; questi ultimi sono espressione di nostalgie per un passato fascista e nazista che è per fortuna rifiutato dalla grande maggioranza dei cittadini europei e non sembrano in crescita; i movimenti
autonomisti sono invece destinati a svilupparsi, anche come reazione ai processi di globalizzazione (intensificarsi dei flussi migratori, fenomeni di spaesamento,ecc.) e possono essere contrastati sviluppando una concezione dell'Unione Europea come prodotto non dei soli stati nazionali, ma
anche della ricca e complessa rete di autonomie locali che ha caratterizzato per secoli la storia europea

Ultima domanda professore, dalla sua esperienza in campo nazionale ed internazionale quale futuro hanno e possono avere i giovani italiani?

Come ho detto nella mia conferenza, l'Italia può essere rilevante in politica estera solo all'interno dell'Unione Europea, svolgendo un ruolo di onesto mediatore dei conflitti internazionali. I giovani devono informarsi di più e conoscere meglio la politica globale, perché ormai i processi di globalizzazione coinvolgono la nostra vita quotidiana e la non conoscenza dei fenomeni globali impedisce di comprendere e governare anche le trasformazioni della realtà locale.




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8 giugno 2007

ORIZZONTE DEMOCRATICO VI INVITA A MILANO: INCONTRO CON ARTURO PARISI

Lunedì, palazzo Isimbardi a Milano, ore 18. Arturo Parisi, ministro della Difesa incontra alcune realtà associative per discutere di Partito Democratico e Referendum.
Orizzonte Democratico accetta l'invito a partecipare degli amici di Dialogo e Rinnovamento e invita tutti i nostri amici e lettori che in quel giorno si troveranno a Milano a voler prendere parte all'iniziativa.
Sarà una buona occasione per sentire se veramente nel Centro Sinistra si creda ancora possibile RESTITUIRE LA POLITICA AI CITTADINI.
Ai "postumi" dell'incontro l'ardua sentenza....


Palazzo Isimbardi, Sala degli Arazzi

Via Vivaio 1 - Milano

lunedì 11 giugno 2007, ore 18

Referendum elettorale

e Partito Democratico

PER RESTITUIRE

LA POLITICA

AI CITTADINI

Incontro con

Arturo PARISI, Ministro della Difesa

Modera: Marco FORMENTINI

Saluto del Capogruppo DL in Provincia: Mario BARBARO

L’incontro è promosso da:

· Ulivisti per il referendum,

· APD Lombardia,

· PD Milano,

· ACLI Lombardia,

· Cittadini per l’Ulivo,

· Nuove Regole per l’Europa,

· Circolo Progresso Europeo

· Dialogo e Rinnovamento
 
. Cittadinanza Attiva




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24 maggio 2007

IMPRESA E CULTURA: MARINA SALAMON IN UN'INTERVISTA ESCLUSIVA PER ORIZZONTE DEMOCRATICO

La nostra inchiesta continua. Con un'intervista esclusiva a Marina Salamon, imprenditrice filantropa

Prima un po' di storia....
Nel 1993 l’allora ministro per i Beni Culturali Ronchey diede vita, grazie a norme sulla defiscalizzazione delle donazioni, alla stagione del grande connubio tra imprenditoria italiana e beni culturali.

Nel corso degli anni ’90, in tempi di congiunture economiche favorevoli,  tutti i grandi industriali italiani hanno contribuito alla valorizzazione dei beni culturali, dando vita a vere e proprie competizioni che sembravano aver trasformato il mecenatismo in un sistema ormai ben strutturato.

La crisi economica che ha accompagnato l’inizio del millennio della globalizzazione, però, ha mostrato come il re è nudo, distogliendo l’attenzione dei grandi capitali, affannati nella corsa alla sopravvivenza competitiva, dal settore dei beni culturali.

Oggi, in un momento in cui la volontà di sottolineare con forza le proprie radici culturali e la timida ripresa dell’economia sembrano ricreare un clima favorevole, molti operatori del settore tornano a tendere la mano all’industria italiana.

Purtroppo, però, non sempre giungono risposte positive.

Giuseppe De Rita ha cercato di aprire un dibattito sul tema, stuzzicando gli industriali dalle autorevoli colonne del giornale più vicino a Confindustria.

Il dibattito è aperto e ci può aiutare a comprendere una realtà complessa come la filantropia, dalla quale si possono ottenere dati interessanti sia sullo stato di salute, economica ed emotiva, della nostra impresa, sia sul grado di maturità della nostra società.  

Ed ora l'intervista...buona lettura!!!

Carissima Marina, nel settembre scorso Giuseppe De Rita ha cercato di porre l’accento sul fatto che i  privati italiani non investono più in cultura. Gli interventi che ne sono seguiti, tutti autorevoli, hanno però confermato che la crisi del rapporto appare assai più profonda e non può essere liquidata soltanto come una crisi “finanziaria”. Vista dalla prospettiva di chi come me opera ogni giorno nel campo della tutela del patrimonio archeologico con collaborazioni sia in Italia che all’estero, questa crisi appare di difficile soluzione. Lei, che da sempre è un’imprenditrice attenta alla filantropia, cosa ne pensa?

 

Sono scettica,  e preoccupata, del rapporto tra le aziende italiane e la cultura.

Esso non sembra essersi molto evoluto, né sul piano della responsabilità sociale, né su quello della capacità progettuale.

In altri termini: siamo ancora molto lontani da ciò che avviene nel mondo anglosassone.

 

Ed è a suo avviso una distanza incolmabile?

 

Nel mondo anglosassone molti grandi imprenditori e molte “corporations”, i casi più importanti sono ad esempio Bill Gates o Warren Buffet,  agiscono come mecenati costituendo proprie fondazioni benefiche, oppure contribuendo con importanti donazioni a progetti pre-esistenti. In Italia, invece, non solo questo non avviene, ma le istituzioni culturali italiane sono molto “antiche”, specie nell’approccio al marketing: chiedono sponsorizzazioni culturali alle aziende e in cambio offrono soltanto la tradizionale presenza su cataloghi, locandine e manifesti.

 

Un problema di visibilità, dunque.

 

In parte sì, in quanto rispetto alla quantità di denaro coinvolta il ritorno  rischia di essere inadeguato. Ma non si tratta solo di questo: bisogna anche considerare che, quando le risorse disponibili scarseggiano, in molti casi si privilegiano donazioni benefiche che abbiano una reale utilità sociale, piuttosto che progetti culturali, in cui si attenderebbe un intervento da parte dello Stato.

 

Purtroppo, però, lo Stato difficilmente riesce a trovare fondi per investire in progetti culturali. E nemmeno le Università o i musei navigano in acque migliori.

 

Infatti. Ma c’è anche di più: il mondo dell’Università e della cultura sono spesso percepiti da parte delle imprese come lontani, isolati, autoreferenziali e “passatisti”. Sappiamo bene che questi sono atteggiamenti scorretti, frutto di pregiudizi, eppure dobbiamo riconoscere che sono atteggiamenti diffusi e che non sembrano attenuarsi nel tempo.

Anche per questo, alcuni imprenditori – Prada a Milano, Pinault a Venezia – scelgono di costruire musei o fondazioni culturali proprie, dopo aver incontrato difficoltà o lentezze decisionali nei rapporti con le istituzioni pubbliche.

 

E lei ritiene che si possa ovviare a questo problema di difficile sincronismo?

 

Un maggiore coinvolgimento dei privati, che vada oltre il semplice “fund raising”, nella gestione dei progetti culturali è secondo me possibile. Tuttavia, perché ciò avvenga, occorre  una maggiore umiltà e volontà di integrare “storie” professionali e visioni gestionali diverse.

 

Insomma, un connubio che superi il semplice rapporto finanziatore-esecutore potrebbe essere una delle vie da perseguire per il futuro, con un reciproco arricchimento ed una nuova presa di coscienza generale. Anche perché se la cultura diventa sempre più un’industria è pur vero che essa deve rispondere sempre meglio alle esigenze dettate dalla società civile, a tutti i livelli.   (intervista a cura di Francesco Tiboni per Orizzonte Democratico)




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23 maggio 2007

Mecenatismo e Beni Culturali, la difficoltà di un rapporto

Dal 2006 abbiamo iniziato un lavoro di monitoraggio del rapporto tra mecenatismo e beni culturali. Un rapporto molto controverso, che si deve barcamenare tra le esigenze di libertà, a volte condite di un po’ di presunzione, degli artisti e degli intellettuali e quelle del Vantaggio economico degli imprenditori.

E così, nel 2007, siamo ancora a pensare che, in epoca di Corporate Social Responsability e Sviluppo Sostenibile ed Eco-compatibile, tutto si debba risolvere con uno sgravio percentuale o con un semplice “nulla di fattibile”.

Per fortuna non tutti la pensano così, e ci sono persone (del mondo della cultura e dell’impresa) che hanno deciso di cercare la famosa “terza via”.

Noi vi proponiamo alcuni articoli, possono essere interessanti, già apparsi in un’indagine condotta da noi insieme al Centro di Formazione Politica di Milano.

Ma vogliamo mantenere vivo il tema, e presto ne metteremo dei nuovi.

Francesco Tiboni

 


Attenti, i privati non investono più nella grande cultura

Caro direttore,

sul quotidiano che più respira con il mondo delle imprese e con la dinamica di mercato vorrei richiamare un po’ di attenzione su un fenomeno che ritengo personalmente preoccupante: il progressivo disamore dei privati verso la valorizzazione e la fruizione del grande patrimonio di nostri beni culturali, tema che sembra di conseguenza rifluire nelle responsabilità dei pubblici poteri. Dopo quasi venti anni di battaglie per coinvolgere i privati nel destino dei beni culturali, oggi siamo in piena regressione. Per carità, di iniziative se ne vedono ancora molte, ma l’intensità del ciclo di coinvolgimento è decisamente in calo, mentre prendono spazio le iniziative di enti locali, sovrintendenze, musei e strutture tutte pubbliche. Forse resterà qualche esperienza di sponsorizzazione, legata ad eventi di maggiore impressività mediatica; ma in genere, per noi italiani, imprenditori o no, il patrimonio culturale del Paese non diventa progressivamente “cosa nostra”, ma ritorna ad essere “cosa loro”, cioè dei pubblici amministratori.

Direi, provocatoriamente, che noi privati cittadini amiamo i beni culturali solo quando sono privatamente nostri, non in quanto sono della collettività. Siamo, in  parole banali, amanti delle nostre collezioni: ad esse dedichiamo ogni risorsa disponibile; ce ne gloriamo in circuito stretto; e poi coltiviamo l’ambizione apicale di farle conoscere a tutti. Mi sembra emblematico il caso di due grandi collezionisti privati che, invitati a darsi carico di due prestigiosi luoghi storici di Venezia, li hanno presi in considerazione solo come vetrine stabili delle loro collezioni. Ma non colpevolizziamoli più di tanto, l’Italia è piena di proprietari di collezioni, che se le godono in luoghi meno prestigiosi ma tutti intimi e segreti.

Comincio a pensare che, come nelle imprese esiste la concentrazione nel core business, così quando si parla di beni culturali l’impegno dei privati è orientato alla “coazione proprietaria”, realizzata attraverso il collezionismo. Ai beni di tutti pensino i poteri pubblici, io faccio più ricca la mia collezione. Perché devo contribuire al restauro di un dipinto della pinacoteca comunale se ho appena comprato al mercatino tre “croste” che arricchiscono la mia già nutrita collezione di quadretti di montagna rigorosamente più piccoli dei 25 centimetri? O se sto ordinando per via telematica l’ottantesima statuina della mia davvero unica raccolta di personaggi del presepe provenzale? Siamo tutti un po’ collezionisti in proprio ed è la nostra collezione personale il bene culturale che più ci sta a cuore. Ai beni non miei pensino i pubblici poteri, cui del resto non manca un istinto altrettanto esclusivo e proprietario.

Fra i tanti processi spontanei che sono sempre stato propenso a lodare, questo mi sembra onestamente regressivo. Non solo per fatti personali, avendo speso anni a coinvolgere la responsabilità dei privati nella politica dei beni culturali; avendo largamente presieduto all’entusiasmo dei miei collaboratori di Mecenate 90 e della Fondazione Città Italia; e avendo tentato (con esiti mediocri) una biennale campagna di fund-raising di massa. Ma per considerazioni più generali. Non è giusto che stia vincendo una concezione tutta proprietaria dei beni culturali, sia essa coltivata da mecenati e collezionisti privati o da sacerdoti e funzionari pubblici.

Troverei quindi non ingiustificato che questo giornale aprisse un confronto su un tema che, ripeto, propone aspetti decisamente preoccupanti. Specialmente per il ministro in carica, che rischia di certificare involontariamente il chiudersi di un ciclo di vitale rapporto fra pubblico e privato cui un suo predecessore (Ronchey) ebbe per primo l’intuito di aprire le porte. Non è bello richiuderle.

Giuseppe De Rita


Cultura, il privato vuole più fiducia

Gli imprenditori non vogliono più avere un ruolo servile, da semplici sponsor o sostenitori. Piuttosto vogliono promuovere la cultura come condivisione reale di saperi. La nuova visione del mecenatismo passa attraverso Beatrice Trussardi, 34 anni, presidente della fondazione intitolata alla memoria del padre stilista, Nicola. “Investire è un impegno gravoso e capisco chi sceglie a un certo punto di dedicarsi esclusivamente al collezionismo, soprattutto quando capita di rado di vedere il proprio lavoro sostenuto dalle istituzioni pubbliche. Forse il vero problema è che le istituzioni pubbliche ed il fisco non fanno molto per incentivare le attività culturali di aziende o imprese, che pure avrebbero intenzione di originare progetti e iniziative culturali” spiega Beatrice Trussardi, riflettendo sull’analisi di Giuseppe De Rita.

Il presidente del Censis ha sottolineato l’impegno minore dei privati rispetto al passato,m l’atteggiamento di coloro che prendono in considerazione i luoghi storici “solo come vetrina delle loro collezioni”. I riferimenti impliciti erano a imprenditori come Francois Pinault – proprietario di marchi come Gucci, Yves Saitn-Laurent e Fnac – che dopo aver acquistato l’anno scorso Palazzo Grassi guarda ora con interesse a Punta della Dogana, dove sarà creato un centro di arte contemporanea. O ancora, il caso di dell’imprenditore bresciane Guido Angelo Terruzzi. Con un valore di 500 milioni di dollari, la collezione d’arte dell’ex re del nickel, che oggi ha più di 80 anni, non trova pace; saltato l’accordo per Palazzo Grassi, sta considerando l’ipotesi di Milano (grande “sponsor” l’assessore Vittorio Sgarbi) e di Roma.

Esempi di collezionismo che talvolta rischia di sconfinare nell’autoreferenzialità, perché per gli italiani – sosteneva De Rita – “il patrimonio culturale non diventa più ‘cosa nostra’, ma  ritorna ad essere ‘cosa loro’ “ cioè dei pubblici amministratori.

“Le aziende non vogliono più avere un ruolo servile, da semplici sponsor o sostenitori, vogliono affrontare la cultura con progetti e programmi innovativi nei quali possano declinare l’identità dell’impresa in modo nuovo – spiega Beatrice Trussardi, che con la sua fondazione ha scelto di lavorare con grandi artisti e giovani promesse internazionali per riscoprire i luoghi più affascinanti della città –. Giudicare l’impegno dei privati sulla base di quanti soldi investono per i restauri è un errore: l’importante è lavorare sulla condivisione del sapere, è lì che inizia il bene pubblico, che certo non può esaurirsi in un edificio o in un monumento”. Insomma, la dimensione pubblica del bene culturale è quindi fondamentale, ma va costruita, è un punto di arrivo.

“Se il mecenatismo è appannaggio per pochi eletti – spiega Michela Bondardo, 54 anni, che conduce quest’anno il Premio Impresa e cultura alla decima edizione- è anche perché l’impresa non trova spesso adeguati interlocutori nelle istituzioni culturali. È una questione di tempi talvolta troppo lenti, di competenze, di instaurare un rapporto di fiducia alla pari”. Secondo la Bondardo, “in questo momento c’è una difficoltà, ha ragione De Rita. Gli imprenditori italiani sono spaventati dai mercati e quindi investono solo a brevissimo termine. E poi è ancora debole la leva fiscale”.

Anche Carlo Ripa di Meana, 76 anni, presidente di Italia Nostra, suona la stessa musica: “Pesa il mancato alleggerimento fiscale ma anche una certa vischiosità della custodia pubblica, che non lascia spazi di coinvolgimento del privato. Ultimamente noto poi un certo dirigismo che diminuisce le eventuali iniziative private: basti pensare alla polemica sul trasferimento del Cristo del Mantegna  a Mantova. Infine bisogna rilevare un fenomeno recente di personalizzazione, da Pinault a Terruzzi, passando per gli Agnelli”.

L’Italia sconta poi una serie di specificità culturali. “I fondi privati vengono destinati prevalentemente a progetti umanitari – spiega Marco Magnifico, 52 anni, direttore generale del Fai –. Si fa fatica a percepire la valenza sociale del bene culturale”. Lo conferma una recente indagine del sociologo Giampaolo Fabris sulle donazioni in Italia: le attività ricreative e la cultura sono settori di destinazione dell’1,8% sul totale delle donazioni, dopo l’assistenza alle persone in difficoltà, la protezione civile, l’assistenza ai malati, la ricerca scientifica/medica, l’assistenza agli anziani, la protezione dell’ambiente.

Per stimolare la sensibilità degli italiani, il Fondo italiano per l’Ambiente ha lanciato il progetto “Mecenati con un Euro”. “È una questione culturale dai tempi lunghi, gli individui, i privati hanno certamente maggiore difficoltà a sentirsi coinvolti – aggiunge Marco Magnifico –. Diverso il caso delle grandi donazioni patrimoniali, su questo versante non sono così pessimista, non vedo un peggioramento negli ultimi anni”. Il Fai, che quest’anno conta di arrivare a 75mila iscritti (+10% sul 2005), è impegnato anche sul versante conservativo: “Ma il contributo privato riesce a partire quando si instaura un cero rapporto di fiducia tra i diversi soggetti”, aggiunge Magnifico.

“È vero che in Italia le attività di restauro sono legate principalmente a interventi pubblici o di sponsor istituzionali – spiega Francesco Micheli, 69 anni, ex presidente di Finarte e oggi alla guida del Conservatorio di Musica Giuseppe Verdi di Milano –. Ma è altrettanto vero che la distrazione italiana verso la cultura non può essere attribuita ai privati. Certo, ben vengano mecenati disposti a investire di più”.

Alessia Maccaferri


Quando la banca salva l’arte

Difficile immaginare di imbattersi in un “Settore Beni Culturali” scorrendo l’organigramma di una banca. È quello che accade però in Banca Intesa, che non solo possiede un gran numero di collezioni d’arte ma che da tempo opera ormai in questo ambito con l’autorità derivata da una lunga militanza sul campo, con le sostanze del colosso economico che è, e con rara sensibilità ai problemi del patrimonio pubblico d’arte e di cultura.

“Ci muoviamo lungo le varie direttrici – spiega Fatima Terzo, direttore dei Beni Culturali della banca –. In primo luogo abbiamo sentito l’esigenza di conoscere a fondo le nostre collezioni, specie quelle ‘ereditate’ nelle varie fusioni, e ne abbiamo promosso la catalogazione istituendo dei comitati di studio: da 11mila voci d’inventario che erano, oggi ne abbiamo 6mila, tutte importanti e tutte messe a disposizione del pubblico attraverso i cataloghi scientifici e il sito internet, visitatissimo. Senza dimenticare  che due raccolte sono esposte nelle Gallerie di Palazzo Leoni a Montanari a Vicenza, aperte al pubblico per volontà del presidente Giovanni Bazoli. E dalla fine di quest’anno l’intero piano nobile di Palazzo Zevallos Stigliano, a Napoli, sarà destinato all’esposizione del nostro Caravaggio, accompagnato da una vastissima documentazione storico-artistica a disposizione di tutti”.

Restaurato di recente, il Caravaggio è stato presentato lo scorso anno in un’esposizione itinerante che in tre città italiane ha raccolto 150mila visitatori. Ma non è cero questo l’unico capolavoro delle collezioni della banca, che vanno dalle raccolte di icone russe e di importanti dipinti veneti esposti in Palazzo Leoni Montanari a Vicenza, alla magnifica collezione d’arte del 900  già della Banca Commerciale; dalle ceramiche attiche e apule di Ruvo di Puglia ai dipinti e alle sculture antichi, fino a un nucleo di 200 dipinti dell’800.

Banca Intesa si muove tuttavia con altrettanto impegno sul versante della salvaguardia e valorizzazione del patrimonio pubblico: “Da 17 anni ormai promuoviamo ‘Restituzioni’ – continua Fatima Terzo – un programma di restauri in cui operiamo con uno spirito di servizio, in stretta collaborazione con le sovrintendenze: non aspettiamo infatti di essere interpellati, ma siamo noi stessi a sollecitarle, chiedendo loro di segnalare gi ‘ammalati’ più gravi, indipendentemente dal loro richiamo mediatico. Sono ormai oltre 500 le opere salvate e restituite ai loro luoghi d’appartenenza, ma la peculiarità del progetto consiste soprattutto nella sua continuità. Possiamo dire che sia stata una promessa mantenuta”.

Impossibile sapere ora se qualcosa cambierà dopo la fusione con il San Paolo: “È del tutto prematuro parlarne”, ribatte Fatima Terzo. Ma certo da un tale gigante è legittimo attendersi grandi cose.

Ada Masoero


“Solo la leva fiscale salva la cultura”

Bastano tre astuzie per catturare i privati nell’impegno a favore del patrimonio culturale: deduzione fiscale, progetti di qualità, fiducia. Di fronte alla ritirata dei mecenati italiani, sostenuta da Giuseppe De Rita, i rappresentanti delle istituzioni culturali lanciano le loro proposte.

“Il ministro per i Beni Culturali Francesco Rutelli sta lavorando per avere una seria e rigorosa riforma delle Sovrintendenze? – chiede Giulia Maria Mazzoni Crespi, presidente del Fondo per l’Ambiente Italiano – E ancora: che cosa sta facendo affinché si giunga a un sistema davvero vantaggioso di deduzione fiscale per il privato che decida di restaurare o donare un bene?”.

Senza un adeguato regime di tassazione i privati resteranno sempre un passo indietro. Ma l’interesse ci sarebbe, come testimonia il Fai. Accanto ai 36 beni della fondazione ( di cui 17 aperti al pubblico e tre di prossima apertura), sono in corso altre tre o quattro donazioni. “Si parla tanto di eventi e progetti innovativi, ma non dimentichiamoci che il patrimonio  ha bisogno di tutela – dice la Crespi, 83 anni –. Se io abitassi in una casa con il tetto che fa acqua, non mi preoccuperei per prima cosa di avere un arredamento moderno. Gli italiani devono capire che il nostro patrimonio sta cadendo a pezzi”.

Le aziende possono fare molto e, se sollecitate, rispondono. Il Fai ha lanciato nel 2002 la formula di adesione “Corporate Golden Donor”. Le aziende – 50 il primo anno, 300 oggi – danno un contributo al Fai, che a sua volta riconosce una serie di benefici, dalla possibilità di partecipare a seminari gratuiti alla Sda Bocconi all’opportunità di utilizzare per eventi i beni Fai a condizione di vantaggio.

“Non dobbiamo dimenticare che, nel caso di un’azienda, garantire a chi investe in cultura anche visibilità significa aggiungere alle attrattive del mecenatismo un vantaggio concreto – spiega Giuseppe Mussari, presidente dell’associazione Mecenate 90, nata nel 1989 per promuovere la collaborazione tra soggetti pubblici e privati –. Se restaurare un monumento, sponsorizzare una mostra o sostenere un museo diventa occasione di promozione, è più semplice raccogliere fondi. Oltre a fare appello al buon cuore delle imprese, bisogna anche essere in grado di rispondere alle esigenze del mondo economico. Almeno se lo vogliamo accanto in una seria operazione di salvaguardia e valorizzazione dei beni culturali”.

Mussari, 44 anni, presidente di Monte dei Paschi di Siena, rileva “ancora troppa diffidenza verso i privati” e ricorda invece alcune partnership interessanti, come il piano di gestione del sito Unesco del Val di Noto, lo studio di fattibilità per il modello di gestione del Palazzo Reale di Caserta, i Piani Strategici delle città di Novara, Lucca e Vicenza e quello delle politiche culturali a Siena, la Fondazione Musei Senesi, oltre che il modello di intervento scelto dalla Fondazione Mps con la società strumentale “Vernice” che, lasciando la programmazione culturale al Comune e alla Provincia, si occupa solo della gestione e della promozione delle iniziative.

“La collaborazione tra li istituti bancari, gli enti locali e lo Stato esiste da tempo ed ha dato buoni risultati – sottolinea Mussari –. Dalle banche e dalle fondazioni può nascere un progetto sui beni culturali con caratteristiche nuove, con un’analisi realistica tra costi e benefici che può aprire davvero la strada ad altri finanziamenti”.

Della collaborazione tra pubblico e privato l’Auditorium di Roma ha fatto motivo di crescita. “Siamo diventati il secondo centro musicale al mondo, dopo il Lincoln Center” dice Carlo Fuortes, amministratore delegato di Fondazione Musica per Roma, che gestisce l’auditorium disegnato da Renzo Piano. L’anno scorso 834 eventi hanno fatto staccare 720mila biglietti e quest’anno le presenze dovrebbero aumentare del 15%.

Nell’auditorium – voluto da Comune e Provincia di Roma, Camera di Commercio, Regione Lazio – pubblico e privato hanno stretto un’alleanza che, oltre a produrre un’offerta di qualità, libera anche risorse e consente alla cultura di marciare in parte sulle proprie gambe. Il livello di autofinanziamento raggiunge il 58%, da biglietti, sponsorizzazioni e servizi/locazioni commerciali (sale per eventi e convegni). Le sponsorizzazioni sono segnatamente: oltre agli sponsor istituzionali come Bnl, Lotto ed Enel, ci sono partner e sponsor tecnici.

“Quando ci sono progetti di eccellenza dal punto di vista culturale – spiega Fuortes, 47 anni, ex direttore generale del Palazzo delle Esposizioni e delle Scuderie del Quirinale – le imprese si fanno avanti”. Come, per esempio, per la Festa del Cinema (13-21 ottobre) che ha già raccolto 6 milioni dagli sponsor. Ma l’Auditorium di Roma è un’eccezione, rispetto a istituzioni scarsamente orientate al privato.

Su questo terreno molto resta da fare rispetto al concetto stesso di bene culturale. “Lo stato e le imprese spesso si limitano a considerare il bene culturale in termini strumentali – spiega Alberto Abruzzese, 59 anni, docente di Sociologia della comunicazione allo Iulm di Milano –. O coma autorappresentazione di sé nel primo caso, o come leva di marketing nel secondo. Bisogna cercare di andare oltre e innescare dinamiche in termini di lungo periodo, soprattutto investendo sulla formazione e sulla ricerca”.

Alessia Maccaferri

 

La commissione Croff rilancia gli sgravi fiscali

 

Sono venti asciutte cartelline, frutto del lavoro congiunto degli esperti del ministero dell’Economia e delle Finanze e dei tecnici dei Beni Culturali, coordinati dal presidente della Biennale di Venezia, Davide Croff.

Il documento contiene un pacchetto di proposte semplici, per sostenere la propensione al piccolo e grande mecenatismo degli italiani,  siano essi persone fisiche o imprese e si divide in due parti, separando gli interventi possibili nel breve periodo da quelli di medio termine, che potrebbero essere realizzati con una delega legislativa di riordino complessivo dell’incentivazione fiscale.

Nel menù delle misure di breve termine, quelle che potrebbero avere qualche chanche di comparire nella prossima finanziaria,c’è la proposta di passare, per i proprietari di beni culturali, dall’attuale regime di detrazione dell’imposta pari al 19% delle spese sostenute a un regime di deduzione dell’intero ammontare della spesa dal reddito, insieme alla semplificazione delle procedure amministrative per l’accertamento delle spese.

Ma c’è anche uno stock di suggerimenti dedicati a chi decide di fare erogazioni liberali. Per le persone fisiche si propone la trasformazione delle detrazioni in deduzioni dell’intero ammontare della donazione: tuttavia il ministero delle Finanze ha suggerito di introdurre comunque un tetto pari al 10% del reddito complessivo ed un ammontare massimo di deducibilità pari a 70mila euro l’anno. Nel pacchetto c’è il suggerimento di inserire un ticket teatro/museo tra le spese deducibili per servizi utilizzabili dai dipendenti ma anche quello di prevedere la detraibilità al 19% (fin a un ammontare di 100 euro) delle spese per l’acquisto di abbonamenti nominali alle stagioni di prosa lirica, musica sinfonica e danza.

A favore del teatro, inoltre, si suggerisce l’eliminazione della ritenuta d’acconto al 4% realizzata sui contributi alle attività teatrali. Più in generale, il documento rileva la necessità di riuscire a riportare la dimensione del bilancio complessivo del ministero per i Beni culturali al livello del 2001: negli ultimi 5 anni gli stanziamenti hanno subito una riduzione del 17,5%, pari, in cifre sonanti, a 414milioni e, in moneta corrente, a un miliardo e 300milioni.

 

[R.Bocc.]da Il sole 24 ore del 28 settembre 2006

 

 




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19 maggio 2007

CI SIAMO. DOPO 5 MESI DI GESTAZIONE

Mai parto associativo fu più lungo. Eppure, dopo 5 mesi di gestazione, ci siamo, siamo partiti ed è iniziata la nostra avventura.

Vogliamo dire: da anni a Brescia si sentiva l'esigenza di riunire giovani volenterosi che potessero discutere e confrontarsi su temi politici e sociali, senza pregiudizi di partito e comunque con la volontà di rimboccarsi le maniche e lavorare.

E soprattutto da tempo si sperava che queste iniziative potessero nascere al di fuori dei partiti istituzionali, parallelamente ad essi, onde evitare quello sgradevole "effetto rettilario" che da sempre caratterizza e limita qualsiasi iniziativa de "i giovani di" qualsiasi cosa....

E allora eccoci qua, a cominciare il duro cammino della proposta e della voglia di fare, senza pregiudizi e senza inutili pretese.

Da ieri sera, 18 maggio, anche la provincia di Brescia ha un nuovo strumento, un nuovo modo di riflettere sui problemi ed un luogo di incontro aperto a chi voglia darsi da fare.

Un luogo fatto di proposte e di analisi, ma anche di impegno concreto nella vita civile e politica di una provincia grande e travagliata come la nostra.

Siamo partiti il 18, siamo partiti circa in 20.

Speriamo che l'onda si allarghi....


Orizzonte Democratico




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19 maggio 2007

ORIZZONTE DEMOCRATICO CREDE NELLO SVILUPPO SOSTENIBILE

La necessità di garantire per il nostro futuro una corretta coesione tra sviluppo e ambiente, tra industria e società, tra cultura materiale e quantificazione economica fa sì che oggi, di fronte alla crescita dei nuovi players economici della Cindia ed alla necessità di dimostrazione di forza delle Superpotenze (reali o presunte), si ponga come prioritario il tema ambientale.

E' per questo che una delle prime azioni della nostra associazione è quella di condividere e cercare di promuovere l'Appello degli Ambientalisti per il Partito Democratico.

Leggetelo, lo trovate di seguito, e se vi sembra di poter condividere come noi questa iniziativa provate a visitare www.ecodem.ulivo.it .


"Se, come diceva Bob Kennedy, scopo della politica è "addomesticare l'istinto selvaggio dell'uomo e rendere dolce la vita sulla terra", non vi è dubbio che una delle sfide più importanti e impegnative che la politica oggi deve affrontare è quella di uno sviluppo sostenibile: uno sviluppo in grado di far fronte alle esigenze di migliore qualità e di equità sociale, delle presenti e future generazioni, senza compromettere l'ambiente, il clima, le risorse naturali del nostro pianeta, valorizzando anzi la qualità ambientale come fattore cruciale del benessere economico e sociale.

Un più equo accesso alle risorse e alle opportunità di sviluppo costituisce una base decisiva, in un mondo che è diventato piccolo, per la sicurezza, la pace, la convivenza civile fra i popoli.

Per avere un futuro l'umanità dovrà imparare a fare di più e meglio con meno: con minore inquinamento e con minore consumo di risorse naturali e di energia, a vivere meglio, in tanti, con consumi consapevoli, più sobri e di migliore qualità.

Non sarà un mercato senza regole a risolvere le grandi sfide che abbiamo di fronte: occorre un nuovo riformismo capace di agire anche su scala globale.

Questa sfida non si vince "resistendo" ai grandi cambiamenti in atto - la globalizzazione, l'emergere tumultuoso sulla scena economica e politica di nuovi poderosi soggetti come la Cina e l'India - , ma con valori, visioni, progetti e programmi che siano in grado di misurarsi con i cambiamenti epocali in corso.

La grande minaccia dei mutamenti climatici, richiamata ormai anche dai maggiori leader mondiali, ai quali si è unita, ed è la prima volta, la richiesta autorevole, rivolta al G8, dalle accademie delle scienze dei 12 più importanti Paesi della Terra, rappresenta la principale prova con cui l'umanità deve misurarsi. Ridurre fortemente la dipendenza dal petrolio e, in generale, dalle fonti fossili, puntare sull'efficienza energetica e sulle energie pulite, rinnovabili: ecco l'esempio migliore, più attuale, di azioni che, al tempo stesso, sono indispensabili per rispondere a una minaccia ambientale incombente - un irreversibile e catastrofico cambiamento del clima globale -, ma anche per favorire uno sviluppo economico più duraturo, più diffuso e tecnologicamente più avanzato. Una straordinaria occasione per l'innovazione e la modernizzazione ecologica del sistema produttivo. Una sfida che l'Europa, già determinante nella costruzione degli accordi di Kyoto, è chiamata ad affrontare, con coerenza, con un ruolo di protagonista per il futuro dell'umanità.

L'ambiente, insomma, ha bisogno di nuove politiche, e, d'altra parte, una nuova politica, che si voglia autenticamente riformista, non può non avere al centro anche l'ambiente. Questo è vero in generale, ma è tanto più vero nel caso dell'Italia dove, sui temi della salvaguardia ambientale, si pongono particolari urgenze. Basti pensare alla lotta contro l'illegalità, l'abusivismo, le ecomafie, alla necessità di tutelare la biodiversità e il territorio, di affrontare il dissesto idrogeologico, la morsa dell'inquinamento e la congestione che attanaglia le nostre belle città. Più ancora, in Italia, la qualità ambientale è uno degli elementi decisivi tanto di quell'insieme di economie dal forte radicamento territoriale e dallo spiccato valore immateriale, quanto della coesione sociale e della stessa identità nazionale.

Un'alleanza tra saperi, ricerca, innovazione, creatività, talenti e risorse del nostro territorio, dal patrimonio storico-culturale ai parchi, dall'agricoltura di qualità al Made in Italy, rappresenta la vera scommessa per il futuro della nostra società e della nostra economia.

Una scommessa che richiede coraggio e che non è possibile affrontare utilizzando solo le idee del secolo scorso o presidiando nicchie marginali di consenso.

Per tutto questo noi guardiamo con attenzione e speranza al processo di costruzione  dell'Ulivo-Partito Democratico. Ci sentiamo impegnati perché la cultura ecologista sia tra i profili fondativi e ispiri il concreto agire di questo nuovo progetto che non deve limitarsi ad aggregare solo le culture riformiste del Novecento - conservando la vocazione a pensare lo sviluppo e il futuro come inseparabili dai valori della socialità e della solidarietà - ma che sappia anche immergersi con coraggio nei problemi e nelle dinamiche del nuovo secolo.

Tutti noi auspichiamo che l'Ulivo-Partito Democratico nasca da un percorso aperto e partecipato in grado di coinvolgere, oltre alle forze politiche promotrici, donne e uomini non impegnati nei partiti, associazioni e movimenti, così come è accaduto in occasione delle consultazioni primarie dello scorso anno. Questo nuovo progetto di portata storica va avviato nel segno di un'apertura, non rituale, alle migliori istanze culturali e ideali della società civile, tra le quali vi è certamente l'ambiente come valore, come bisogno, come interesse.

Per questo ci impegneremo, insieme, perché l'ambiente sia anima e nuova frontiera dell' Ulivo- Partito Democratico."









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